p.annibaleUn giorno toccò a padre Serafino assi­stere l’anziano fonda­tore. Era una di quelle giornate di maggio tiepide e piene di lu­ce; padre Annibale chiese di aiutarlo a sedersi sulla poltrona per­ché si sentiva meglio. Il giovane sacerdote gli chiese se preferiva andare sul terrazzo da dove avrebbe visto la vallata ed il mare confondersi col cielo.

Un panorama consueto che, tuttavia, riusciva ogni volta a suscitargli un’emozione grande e ripeteva: “Quante cose belle ci ha fatto il Signore! Sia lodato il suo nome”. Dopo aver ammirato a lungo quell’esplosione di colori e seguito con l’orecchio il canto degli uccellini: “Mi viene tanto desiderio di pregare: recitiamo un santo rosario”, disse. E i due, con cal­ma, presero a recitare, alternandosi, le “Ave, Maria”.

Terminata la preghiera padre Serafino, come era solito, attese il momento giusto per porre qualche domanda.

“Padre”, disse, “ci ha chiamati ‘Rogazionisti’ perché ha voluto sottolineare il nostro impegno a corrispondere il più possibile a quanto Gesù ha detto: ‘La messe è molta e gli operai sono po­chi. Pregate (= Rogate), dunque, il Padrone della messe che mandi operai nella sua messe’. Quando ha avuto quest’ispira­zione? Era già sacerdote?”.

Padre Annibale lo guardò intensamente: “Fammi capire: ti inte­ressa quando ho avuto l’idea di chiamare così i membri della nostra Congregazione, o quando ho scoperto quest’invito di Ge­sù?”.

“Quando ha scoperto nel Vangelo questa indicazione del Signo­re”, rispose prontamente il giovane.

“No, caro padre Serafino, non ero sacerdote, ma neppure chieri­co, anzi non sapevo neppure di avere la vocazione. Credo che per capire questa faccenda sia necessario entrare nel meccani­smo dell’esistenza. Nella mia vita ho visto tanti cambiamenti: ho visto nascere l’Italia unita al prezzo di tanto sangue e di tanti conflitti. Garibaldi con i Mille ha conquistato la Sicilia ed il Regno di Napoli. Di conseguenza il Collegio San Nicolò dove studiavo è stato chiuso. Ci trasferimmo a Napoli in casa della nonna. Pare­va che il mondo stesse stravolgendosi. Ho visto sacerdoti e frati buttare le tonache alle ortiche, imbracciare il fucile e partecipare ai moti rivoluzionari. Crescevo e nel nuovo Regno d’Italia sarei dovuto essere un militare, ma non c’ero portato. Ero travolto, come tutti i giovani, da tanti pensieri. Quando andavo in chiesa — preferivo quella del convento di Porto Salvo che era tranquilla — ero attratto dal silenzio, ma poi venivo assalito da scoraggia­mento: vedevo la statua di quel santo e poi di quell’altro, ammi­ravo gli affreschi e sentivo le storie di quegli eroi, e mi dicevo: ‘io non potrò mai essere un santo, perché la santità è troppo tra­scendente’. Intanto, chiese e conventi erano svuotati e la nostra fede era per certi versi perseguitata. Certo una ragione c’era, spesso gli interessi e la politica avevano reso il clero non esem­plare. Era necessario un rinnovamento con santi sacerdoti che ri­vitalizzassero e riproponessero la grandezza della nostra fede, ma dovevano essere santi. Qual'era il mezzo? Il mio buon con­fessore mi aveva insegnato a pregare: ecco, allora, pensava che solo con la preghiera si potesse raggiungere lo scopo”.

“Padre, ma c’è stato un momento particolare che ha segnato la sua vita?”, incalzò il giovane sacerdote.

p.annibale“Sì, un giorno trovandomi nella Chiesa di S. Giovanni di Malta per l’adorazione eucaristica, fui assalito da quei pensieri che sembravano essere ricorrenti, aprii il vangelo e lessi: ‘Pregate, dunque, il Padrone della messe che mandi operai nella sua messe’. Mi meravigliai, perché nessuno dei predicatori che ave­vo ascoltato, nessuno dei tanti manuali di pietà che avevo letto, avesse mai fatto cenno a quanto Gesù aveva constatato, indican­done chiaramente la soluzione. Come mai nessuno aveva preso in considerazione quel versetto? Da quel momento — allora ero semplicemente un giovane interessato alla fede — mi sentii spinto a far conoscere quell’invito di Gesù. Divenuto sacerdote quella voce interna, quella che tu hai chiamato ispirazione, con­tinuò a martellarmi, finché mi persuasi che era lo scopo della mia vita”.

Padre Annibale, pienamente con­scio di questa sua ansia di richia­mare l’attenzione di tutto il mon­do cristiano su questo argomento, scrisse di se stesso: “Fu così penetrato della necessità di questa preghiera per la Chiesa, di avere numerosi e degni operai, e della efficacia del rimedio evangelico per impetrarli, che, ad attuarlo, mosse, si può dire, terra e cielo”. E, con un tocco di umiltà mista ad ironia, aveva aggiunto senza mezzi termini: “Vi si dedicò, o per zelo o fissazio­ne, o l'uno e l’altra”.

Nella previsione dei frutti che sarebbero derivati dalla sequela della Parola del Signore, aveva cantato:

Sognai, sognai, nell’estasi amorosa, campi fecondi e intrepidi operai, precinti della stola radiosa baldi e ferventi di divino zelo raccoglier nei granai le spighe biondeggianti, anime a mille, ed avviarne al Cielo.

Quanto aveva detto Gesù fu, in definitiva, il programma che ispirò tutta la sua vita e la sua attività caritativa nei confronti del prossimo.

Preghiera e carità, come a voler assodare teoria e pratica. E sep­pe ben coniugarle in tanti momenti della sua esistenza. Ma come farlo intendere agli altri? Parlandone, scrivendone, sempre. Non perdeva occasione, come quella volta che si trova­va in visita all’Orfanotrofio femminile di Taormina, retto dalle sue figlie spirituali, le Figlie del Divino Zelo del Cuore di Gesù. Nella ridente località siciliana non potevano mancare i giornali­sti. Due di loro, corrispondenti di testate filo-cattoliche, chiesero di poterlo incontrare per un’intervista sulle sue attività caritative, sparse ormai nell’Italia meridionale.

Considerata la splendida giornata, i giornalisti espressero il desi­derio di parlare nel chiostro dell’orfanotrofio.

Il primo gli pose subito un quesito cruciale: “Padre, qual è, a suo avviso, la maggiore afflizione che travaglia la Chiesa oggi?”. La domanda gli fece brillare gli occhi perché lo invitava a parlare subito dell’argomento preferito, perciò senza esitare aveva rispo­sto: “E la grande scarsità a cui la tristezza dei tempi ha ridotto il clero. Gesù Cristo, camminando per le vie della Palestina, aveva fatto rilevare che la gente era tanta, mentre coloro che dovevano portare la parola di Dio erano pochi, e ne aveva indicato la solu­zione. Quella constatazione e quella soluzione non riguardavano semplicemente la Palestina della sua epoca, si riferivano invece a tutti i secoli avvenire e a tutte le regioni del mondo.

Ora, se volgiamo lo sguardo ai nostri tempi, non possiamo non constatare quanta penuria vi sia di sacerdoti, quanti vescovi non sono in grado di assicurare nei paesetti la presenza di un prete! Per non parlare delle grandi città.

Certamente, in quegli stessi ambienti dove si lamenta la man­canza di sacerdoti, vi sono ragazzi che, se fossero coinvolti e for­mati nella pietà e nell’amore di Dio, presto germoglierebbe in loro la vocazione allo stato ecclesiastico. Ma questo non avviene, un po’ perché manca la figura del sacerdote, un po’ perché col crescere si spegne in essi quel germe di pietà, che il Signore vi aveva infuso e che non è stato coltivato; un po’ perché il deside­rio di essere liberi, di condurre una vita più agiata, ma soprattut­to la paura del sacrificio, di fare una scelta vincolante per tutta la vita... Vari, insomma, sono i motivi per i quali ragazzi, che po­trebbero divenire sacerdoti — e magari santi sacerdoti — non fanno quel passo che implica coraggio e generosità.

Le vocazioni, come la grazia, debbono scendere dall’alto, e se non si prega, se non si corrisponde al comando di Cristo: “Pre­gate il Padrone della messe perché mandi operai nella sua mes­se”, le vocazioni dall’alto non scendono e gli effetti di tante fati­che non si conseguono. Insisto, quindi, nel dire che l’unico rime­dio è la preghiera, non usarlo vuol dire rifiutarlo, vuol dire alla fi­ne non avere buone vocazioni”.

Il secondo giornalista, a questo punto, intervenne: “Mi sembra, Padre, che abbia fatto una lucida disamina del problema. Vorrei che, con altrettanta chiarezza, mi esponesse quella che mi appa­re come una difficoltà: se la messe è proprietà di Dio, perché dobbiamo pregare noi per avere gli operai?”.

“E' una domanda importante perché scaturisce da una conside­razione giusta, ma giusta solo apparentemente”, riprese padre Annibale. Il pianto insistente di una bambina dell’orfanotrofio catturò, tuttavia, la sua attenzione. “Scusatemi, ma è doveroso che vada a vedere perché quella figliolina sta piangendo in que­sto modo”, e si allontanò.

Uno dei due giornalisti, appena il sacerdote era fuori la portata di poter udire, commentò: “Sembra la capretta di Gandhi”.quartiere avignone

L’altro increspando la fronte chiese: “Quale capretta?”:

“Ah, non lo sai? Gandhi aveva una capretta e quando riteneva fosse l’ora di doverle dare da mangiare lasciava tutto quello che stava facendo, ma proprio tutto, e andava a darle da mangiare”. “Insomma voleva dire”, s’intromise il collega, “che il richiamo della creatura più semplice è più importante di un Consiglio di stato e di qualunque disquisizione..

“Proprio come ha fatto quest’uomo”, commentò il primo.

Dopo un po’ i due sentirono che il pianto era cessato e videro comparire padre Annibale mano nella mano con una bambina di tre anni, che aveva gli occhi rossi, e di tanto in tanto singhioz­zava ancora.

Il sacerdote, prestandole tutta l’attenzione, la portava in giro per il chiostro e le diceva: “Poveretta, lei, non vuole bere il latte, adesso. Lo berrà più tardi. Ora ci facciamo una passeggiatina. Povera figlia mia, me l’hanno fatta piangere... la piccolina!”.

Pian piano la bimbetta si era calmata del tutto e le era tornato il sorriso.

“Adesso andiamo a bere il latte, vero?”, le aveva chiesto e, avutone il consenso, la riaccompagnò dalla suora.

“Scusate”, disse poi, tornando dai giornalisti e riprendendo i! di­scorso come se nulla fosse accaduto: “Rispondo a quella do­manda che, a quanto ho capito, le crea difficoltà: perché pregare Lui se il padrone della messe è proprio Lui, che ha bisogno di operai?

Partiamo da un punto importante: tutto ciò che Dio ha disposto di fare per la nostra salvezza, ha disposto di farlo per mezzo del­la nostra preghiera.

Per assurdo, è come se l’Onnipotente avesse bisogno del debo­le. Preferisco dire che si tratta, invece, di un mistero inspiegabile basato sulla libertà con cui Iddio ha voluto dotare l’uomo. Pro­prio rispettando questa libertà, Dio stesso non può raccogliere la messe delle anime, cioè non può salvarle, se esse non pregano, quindi non esprimono chiaramente la risoluzione di voler essere salvate. Ci ha dato ed Egli lo rispetta sempre! — quello che si chiama con un’espressione tecnica: libero arbitrio. Capite, quindi, che è nostro interesse sollecitarci e promuovere questa preghiera perché ne va della nostra salvezza. Questo desiderio che io chiamo il Rogate, racchiude in sé più che una esortazione, è un comando di Gesù rivolto a tutti i cristiani”.

Colui che aveva posto la domanda si complimentò per avergli reso molto chiaro il concetto di libero arbitrio, ma accortosi che il sacerdote non aveva terminato, disse: “Oh, mi scusi se ho in­terrotto il suo discorso. Prego, continui”.

Padre Annibale, facendo cenno che non riteneva l’interruzione grave, continuò: “Vi invito a notare con me, come vengano fatte preghiere per la pioggia, per le buone annate, per la liberazione dalle disgrazie, e per cento altri motivi. Si dovrebbe tralasciare proprio di pregare perché il Signore mandi buoni sacerdoti? Ri­peto il concetto che avevo espresso, per me pregare per avere le vocazioni, costituisce il segreto di salvezza per la Chiesa e per la società”.

“Sappiamo”, intervenne il primo giornalista, “che fra qualche mese parteciperà al Congresso Eucaristico Internazionale di Ro­ma. Di cosa parlerà? Lo può anticipare?”.

“Si, è vero, indegnamente parlerò in rappresentanza dell’Arcive­scovo di Messina mons. Letterio D’Arrigo. L’argomento? Eucari­stia e Sacerdozio. Come potete immaginare, porrò in rilievo il comando di Gesù di pregare per le vocazioni. Lo so, è una mia fissazione, ma quale opera di fede e di carità si può concepire sulla terra senza il sacerdozio? Non è questo il sale della terra e la luce del mondo? Non sono i sacerdoti, mandati da Gesù per il mondo, come Egli stesso fu mandato dal Padre? Può mai esiste­re eucaristia senza il sacerdozio?”.

Si parlò, poi, di tante altre cose, e quando si era sul punto di congedarsi, Padre Annibale volle aggiungere ancora qualcosa:

“Converrete con me”, disse, “che l’opera dei Seminari è assolu­tamente incompleta se agli sforzi di quanti vi lavorano, ed ai contributi economici anche i più abbondanti, non si accompa­gna una costante preghiera in perfetta obbedienza a quel co­mando dato da Gesù. Tutti gli sforzi per fare riuscire sacerdoti e missionari, senza la preghiera, si riducono ad una cultura artifi­ciale di preti.

Senza preghiera non si fa che preparare insuccessi, perché le vo­cazioni vere non sono opera umana ma divina, sono frutto più della preghiera, che del lavoro e dei mezzi materiali”.

(G. Passarelli, Ricordando Padre Annibale)