uganda

Il viaggio effettuato in Uganda nel marzo del 1972 ha bisogno di una ampia premessa per giustificarlo. Eʼ necessario fare un passo indietro nel tempo e ricordare che gli anni “60 sono stati quelli che hanno segnato una esplosione di libertà per gli stati africani. Otre una decina acquisirono lʼindipendenza politica dalle nazioni europee di cui erano state per secoli colonie. Questo determinò una specie di valanga: nel corso di pochi anni, altri stati si affrancarono dalle potenze coloniali, alcuni purtroppo dopo anni di lotta armata. Il mensile dei missionari Comboniani, Nigrizia, si fece portavoce delle speranze che questi fatti determinarono nelle popolazioni e i missionari stessi favorirono nei gruppi giovanili dei paesi di provenienza, basi di ascolto e di appoggio per risolvere alcuni problemi che lʼindipendenza politica comportava nel settore della sanità e dellʼeducazione. Proprio in quegli anni, mio fratello Gino mi abbonò al periodico missionario da cui appresi i grandi problemi che spesso i missionari dovevano affrontare. Ero da dieci anni a Tivoli per lavoro e mi resi conto dello spreco di farmaci che avveniva negli studi medici. Scrissi a Nigrizia per sapere se il loro recupero poteva interessare qualche missionario: era il maggio del 1963. Mi risposero che un certo Padre Sartori, che lavorava in Uganda nella regione del West Nile aveva fatto una richiesta del genere e mi dettero lʼindirizzo. A stretto giro di posta il missionario mi fece un elenco dei farmaci essenziali che gli servivano. Allora mi misi al lavoro: presi un sacco e mi feci il giro degli ambulatori medici caricando quanto giaceva negli armadi. Chiesi la collaborazione di alcuni studenti in medicina che mi aiutarono a selezionare i farmaci e cominciai le prime spedizioni. Ottenni i fondi necessari dai parroci, da Don Nello, da amici e conoscenti e mettemmo lʼiniziativa sotto lʼegida dellʼAzione Cattolica. Le risposte dal “fronte” furono molto positive e continuammo a raccogliere farmaci e materiale di medicazione. Dopo qualche tempo (settembre 1964) la zona di P.Sartori, quasi al confine del Sudan venne interessata da un esodo massiccio di profughi che abbandonati i villaggi , fuggivano con niente addosso per sottrarsi alla persecuzione dei militari arabi di Khartum che su indicazione del governo islamico aveva predisposto una forzata conversione al Corano delle popolazioni cristiane o animiste del sud e lʼimposizione della lingua araba. Per chi non si assoggettava erano botte o uccisioni. Questo esodo di popolazioni terrorizzate, composte prevalentemente da donne, vecchi e bambini, comportava settimane di cammino per giungere stremate e spesso per morire, in territorio ugandese dove si accampavano alla belle meglio sperando nellʼaiuto delle missioni cattoliche. Gli uomini rimasti in Sudan si davano alla guerriglia Di qui le lettere angosciose che cominciarono ad arrivare da Padre Sartori che cercava in qualche modo di dare un primo aiuto a questi disperati. Con alcuni amici dei Consiglio diocesano Uomini di A.C decidemmo che i medicinali non bastavano più e dovevamo impegnarci per fare qualcosa di più solido. Pensammo di promuovere una sottoscrizione cittadina per raccogliere fondi per erigere un ambulatorio di medicazione a Otumbari per soccorrere i profughi sudanesi e testimoniare la nostra solidarietà per le loro sofferenze in nome della fede. Il 5 dicembre 1964 nella sala maggiore di Villa dʼEste invitammo Mons. Mason, Vescovo di El Obeid in Sudan, espulso dal paese, per illustrare in una conferenza cittadina il problema della persecuzione dei cristiani e lanciare la sottoscrizione per lʼAmbulatorio “S, Lorenzo-Tivoli” a Otumbari, in Uganda. Ci demmo da fare in ogni modo, coinvolgendo parrocchie, filodrammatiche, suore, per raccogliere i fondi necessari. Alla fine realizzammo 1.500.000.lire. E qui viene il bello perchè il delegato alle opere missionarie diocesane ci disse che i fondi dovevano andare alle Pontificie Opere missionarie a Roma che avrebbero esaminato il problema e poi bla bla bla.... e che noi non potevamo promuovere lʼiniziativa Andammo dal Vescovo e in forza dei decreti conciliari sul ruolo dei laici nella Chiesa ottenemmo il via libera. Scrissi a P. Ambrosoli, Comboniano e chirurgo in Uganda perchè mi inviasse un elenco degli strumenti necessari per un ambulatorio di pronto soccorso e con lʼaiuto del dott, Alfonso Stefani di Tivoli, chiesi i preventivi ad alcune ditte specializzate di Roma . Una parte dei soldi li destinammo per la costruzione muraria e unʼaltra parte per lʼacquisto di farmaci urgenti che ci erano stati richiesti. Il materiale venne imballato e spedito via superficie in Uganda a P.Sartori. Poco tempo dopo, la guerra tra Egitto ed Israele avrebbe potuto complicare lʼinoltro con il blocco del canale di Suez. La corrispondenza con la missione proseguiva sempre intensa e lʼanno dopo, 1967, promuovemmo una iniziativa cittadina presso tutte le scuole dellʼobbligo per raccogliere antibiotici, latte in polvere, garze e bende per lʼAmbulatorio che aveva cominciato a funzionare. Oltre due quintali di materiale , predisposti in pacchi da 10 kg. vennero spediti. Il problema dei fondi per le spedizioni era sempre di attualità ma la Provvidenza e le persone sensibili non ci hanno fatto mai mancare il sostegno. Ero diventato il tormentone per amici, parenti e conoscenti cui chiedevo un aiuto..... La raccolta dei farmaci proseguiva in grande stile con lʼaggiunta della confezione delle bende ricavate da lenzuola usate e tagliate con la forbice a zig zag. Molte iniziative sono state “esportate” anche presso altri gruppi parrocchiali giovanili della diocesi (Villa Adriana, San Polo deʼCavalieri, Castelmadama, Subiaco, Agosta) che provvedevano anche alla relativa spedizione a molte altre missioni, non solo dellʼUganda. Sono stati anni di grande interesse e di iniziative che trovavano un terreno molto favorevole fra la gente per la concretezza degli scopi e dellʼoperare. Nel 1969 lʼUNESCO indisse lʼanno dellʼistruzione nel mondo: in collaborazione con la Sezione della Croce rossa cittadina promuovemmo una raccolta di materiale scolastico presso le scuole che ci procurò alcuni quintali di quaderni, penne ed altro. Avevamo allargato la sfera delle missioni da aiutare includendone alcune suggerite dalle Pie Madri della Nigrizia in Ethiopia, Repubblica Centro Africana, Kenya, ecc. Questo chiaramente comportava un impegno maggiore per procurare i fondi per le spedizioni e allora raccogliemmo carta ed altro materiale per far fronte alle spese. Coinvolgemmo anche un gruppo di “gruppettari” tiburtini che con la raccolta della carta ci permisero di spedire 3 quintali di materiale. Fu nel 1970 che Padre Sartori, dopo alcune visite effettuate a Tivoli, in occasione dei suoi periodi di vacanza, mi suggerì di fare un viaggio in Uganda, per rendermi conto delle problematiche locali e quindi riuscire ad essere più efficace nellʼaiuto: Mi disse testualmente. “prima che la situazione non lo permetta più”. Era un avviso che sembrava inopportuno in un momento in cui lʼUganda viveva un periodo di pace e prosperità: ma fu profetico. Dopo qualche anno la pazzia di Amin Dada portò il paese ad un lungo periodo di guerre fratricide con decine di migliaia di morti. Trovai alcuni compagni di viaggio: lʼamico dott. Marcello Frattini, cacciatore incallito, con la promessa di qualche battuta in savana e Don Virgilio Massimi, responsabile delle Opere missionarie di Subiaco interessato ad un gemellaggio di sacerdoti con una diocesi ugandese. Preparammo il “clima” con una serie di giornate missionarie svolte in alcuni paesi della diocesi di Subiaco per raccogliere i fondi per il pozzo della missione dove operava una Comboniana di Subiaco, sr.Giannarosa Caponi di Ienne. Approfittammo di un volo charter, organizzato dal Rotary club di Milano per un bel gruppo di medici che volevano visitare le realtà sanitarie locali, gestite dai missionari. Era la primavera del 1972, periodo di Quaresima..... Dopo un volo notturno di 9 ore e un atterraggio indimenticabile sul lago Vittoria, giungemmo ad Entebbe. Cʼerano alcune land rover che ci aspettavano per fare un viaggio di oltre 12 ore prevalentemente sulle piste della savana. Dovemmo passare per Mbuya, quartiere di Kampala dove cʼè la sede dei PP. Comboniani per rifornimenti, ritiro posta e cambio denari. E venimmo a contatto con la realtà ugandese, in cui, oltre alle poche città di stampo occidentale la popolazione vive sparsa su territori immensi, spesso raggruppata in etnia. Il paesaggio di un verde intenso contrastava con il rosso del terreno e i fiori dappertutto. La nostra macchina era guidata da Mina, una epica infermiera volontaria di Bergamo che coordinava lʼospedale di Maracha: poco dopo, visto che aveva guidato dallʼalba per venirci a prendere, lasciò il volante al dr.Frattini che si raccomandò di ricordargli, in occasione di incroci, di tenere la destra di marcia, allʼinglese....Facemmo una sosta a Pakwach presso la missione, prima di attraversare il Nilo. La strada era una pista di terra rossa, spesso funestata da enormi pozzanghere in cui veniva messa a dura prova lʼabilità del driver. Fummo colti da un paio di violenti temporali con scariche di fulmini impressionanti: cʼera sempre la sensazione che la macchina che ci precedeva fosse colpita da uno di loro... Avevamo attraversato il Murchinson falls national park ed entravamo nellʼElephant sanctuary diretti ad Arua, capitale del West Nile Dt. nel cui territorio di trovava lʼOspedale che ci avrebbe ospitato. La vegetazione era lussureggiante e si intravedevano gruppi di giraffe, di zebre e di elefanti che pascolavano. Eravamo nel cuore dellʼAfrica nera....e ci volle del tempo prima di rendersene conto. Eravamo passati in poche ore dallʼItalia al centro dellʼAfrica in un ambente affascinante ma pieno di insidie che avremmo sperimentato nei giorni successivi. Nel mezzo di un tramonto rosso fuoco che sembrava incendiasse il mondo, giungemmo allʼOspedale non prima di aver visto ad Arua una imponente parata di ragazzi, inquadrati militarmente , che ci ricordava tanto i balilla...La politica di Amin, il dittatore cominciava a rivelarsi.... Lʼospedale di Maracha era diretto dal Vescovo di Arua, Mons.Tarantino e gestito da medici e infermieri volontari, fra cui i dott.Chimenton, chirurgo e Pupulin, pediatra, Oltre Mina e molte infermiere locali, ce nʼerano alcune di Castelfranco V. Il centro era costituito da alcuni padiglioni a pianterreno, uno dei quali di pediatria, offerto dalla Caritas italiana, e corridoi di collegamento coperti. I nostri compagni di viaggio facevano parte del gruppo di appoggio veneto allʼOspedale, fra cui il dott.Enzo Venza, anatomo-patologo. Alla sera, dopo una frugale cena, ognuno espose quanto aveva portato dallʼItalia: io presentai una magnifica collezione di libri di spiritualità e di corone del rosario mentre gli altri, molto più pratici, sfoderarono salsicce, soppresse, salami e formaggi vari che ci sarebbero stati preziosi nei giorni a venire.... Ci sistemarono convenientemente in alcune stanze, mentre D.Virgilio lo mandarono dalle suore, con suo disappunto. Passammo alcuni giorni esplorando la zona ma senza muoverci molto. Mentre stavo scrivendo a casa, sentii degli strilli di una donna: mi affacciai alla finestra e vidi un ragazzino che brandiva un lungo bambù e batteva lʼerba. Dopo un pò tirò fuori un serpente tramortito cui provvide a tagliare la testa: era di un tipo molto velenoso e noi passavamo in continuazione da quelle parti.... Un altro giorno portarono in ospedale una donna giovane che era morta per sospetto avvelenamento: il dr.Venza mi chiese di aiutarlo nel preparare i vetrini di sangue per lʼesame al microscopio ma non risultò nulla. Si seppe che lʼomicidio era stato fatto da un parente per motivi di interesse. Anche il dr.Frattini partecipò ad alcuni interventi chirurgici eseguito dal dr.Chimenton, forte della sua esperienza ospedaliera a Tivoli. Venne anche P.Sartori e ci disse di aver combinato una partita di caccia grossa con un confratello, P.Lino Zucco per lʼindomani. Siccome dovevo essere anchʼ io della partita, andammo nella missione vicina per prendere accordi. Si trattava di un complesso scolastico enorme, un college con oltre 600 ragazzi liceali, cui i Padri dovevano provvedere anche il cibo. La nazionalizzazione operata da Amin alle scuole e agli ospedali era stata solo formale (erano quasi tutte strutture in mano ai religiosi) per cui praticamente erano rimaste private. In compenso per sfamare i ragazzi il governo concedeva dei permessi per andare a caccia in certe riserve e procurare la carne per il vitto. Periodicamente i missionari provvedevano alla bisogna da soli o con amici. Trovammo P.Lino, un friulano tutto matto, a letto con quaranta di febbre per un attacco di malaria: ci disse che il giorno dopo allʼalba sarebbe stato pronto per la caccia e ci avrebbe accompagnato per alcuni giorni in visita al Parco come in effetti avvenne. Mio malgrado dovevo far parte della battuta, anche se di caccia ne avevo solo sentito parlare. Mi fecero cambiare la camicia con una verde e mi misero un fucile il mano, un calibro 22. Sistemati sul cassone della land rover entrammo nella riserva e proseguimmo in mezzo alla savana per una mezzʼora. Venne avvistato un Kongoni, chiamato anche antilope-cavallo e il dr.Frattini si appostò per sparare, inutilmente. Dopo alcuni tentativi, si accorse che le pallottole avevano un calibro diverso del fucile: nella fretta P,Lino non aveva scelto bene. La cosa si seppe immediatamente in tutte le missioni della zona e fu un motivo per deridere il missionario e la sua fama di grande cacciatore. Per non perdere tempo venne allora utilizzato il calibro 22 che mi avevano dato: in poco tempo vennero abbattute due antilopi piccole e due facoceri (cinghiali). Fatte le foto di rito ce ne ritornammo a Maracha per consegnare gli animali per essere cotti. Il dr.Venza alla sera preparò degli ottimi cosciotti di facocero alla brace. Lʼindomani partimmo per la visita al Parco delle Murchinson Falls e ci sistemammo al Paralodge, una struttura turistica moderna. Il posto è di una straordinaria bellezza perchè è situato dove il Nilo Vittoria (un ramo del grande fiume) si getta nel lago Alberto con un salto di una cinquantina di metri, precipitando da una stretta gola. Una gita sul battello ci ha portato fin sotto il salto dellʼimponente massa dʼacqua e ci ha fatto ammirare una gran quantità di animali fra cui coccodrilli, ippopotami, aquile con il collare, branchi di elefanti, gazzelle ecc. Un vero spettacolo. La vacanza così singolare prosegui nei giorni scorsi con visite nella savana per osservare il rinoceronte bianco e lo scontro fra i maschi delle antilopi kob a suon di cornate, per conquistare la compagna. I leoni erano in...vacanza e non riuscimmo a trovarli. Al ritorno allʼospedale venni scaricato alla missione di Arivu, dove cʼera P.Sartori che mi aspettava e passai alcuni giorni con lui anche se era molto spesso impegnato per il suo ministero. Gli amici dellʼospedale dovevano accompagnare il personale in gita al parco, proprio in quei giorni e al ritorno mi dovevano prelevare per riportarmi a Maracha. Un pomeriggio sentii un gran suonare di clacson: mi precipitai pronto per partire quando il dr.Venza,con accanto Don Virgilio stravolto e sotto schoc mi disse brevemente che era successo un grave incidente al Parco e che dovevano portare il sacerdote allʼOspedale per essere medicato: mi avrebbero ripreso in altro momento. Prima di sapere la verità doveva passare qualche giorno. alla fine seppi come erano andate le cose. La comitiva, composta da alcune macchine e da un camion con le infermiere era entrata nel Parco quando Venza e D;.Virgilio, visto un elefante isolato, decisero di scendere dalla macchina per fotografarlo da vicino. Dopo alcuni scatti a distanza ravvicinata, lʼelefante li aveva fiutati e li aveva caricati. In preda al terrore erano scappati verso la macchina: mentre Venza si era mimetizzato nellʼerba alta, D.Virgilio era inciampato e con lʼelefante alle calcagna era caduto presso un roveto. Lʼelefante lo spinse per bene in mezzo alle spine con le zampe e alla fine cercando di prenderlo sbattè le zanne sul terreno, emise un gran gemito e se ne andò. Le ragazze dellʼospedale seguirono terrorizzate la scena, pensando come tutti di non trovare più vivo il Don: il quale dolorante e lacerato venne rimesso in macchina. La gita tanto attesa e desiderata non poteva finire così male: la comitiva raggiunse la riva del Nilo e si imbarcò nel battello per fare il consueto giro del lago sotto le cascate Murchinson: Evidentemente la giornata era nata storta e così proseguiva: nel mezzo del lago cominciò a soffiare un forte vento che in pochi minuti sollevò grosse ondate. I coccodrilli come impazziti sbattevano le code contro le fiancate e il battello in fretta e furia ritornò allʼapprodo. I partecipanti erano un pò provati, ma non era finita: andarono a ristorarsi e a bere un drink al Paralodge, dopo aver sistemato D.Virgilio in terrazza. Quando andarono a riprenderlo, dopo mezzʼora lo trovarono attorniato da un gruppo di marabù, grandi uccelli neri detti anche “ spazzini della foresta “che si cibano di carcasse di animali: evidentemente avevano subdorato la possibilità di un lauto pranzo....Per evitare guai maggiori la comitiva ritornò in fretta allʼOspedale. E qui dopo la medicazione, Don Virgilio accese tutte le candele della chiesa e cantò il Te Deum per lo scampato pericolo. Per tutta la vita si chiese il perchè fosse sopravvissuto. Ritornato a Subiaco, dopo qualche tempo lasciò il clero secolare e si fece monaco benedettino. Eʼ morto da qualche anno. Naturalmente divenimmo la favola di tutte le missioni e dove si andava ci chiedevano: “Chi sono quelli dellʼelefante?” Radio fante da quelle parti funziona benissimo.... Proseguii la mia visita nelle missioni che aiutavamo fra cui quella di Warr dove cʼera sr.Giannarosa cui consegnai la cospicua somma raccolta nelle giornate missionarie per il pozzo. Mi fermai qualche giorno in quel posto incantevole, fresco. in mezzo alle colline con una grandi piantagioni di caffè. Le suore avevan una grande missione con le scuole superiori per le ragazze: sr.Giannarosa dirigeva lʼasilo con una nidiata numerosa di ragazzini, vivacissimi. Visitai numerose altre missioni al confine con il Congo con boschi splendidi. Era tempo di rientrare nella zona di Maracha: venni appoggiato alla missione di Otumbari, diretta da P.Italo Piffer, un trentino della Val di Non: personaggio incredibile che passò qualche anno dopo delle brutte ore con P.Sartori nel periodo dello sfascio del regime di Amin da parte dei soldati regolari e irregolari. Cʼera nella missione anche sr. Epifania Rizzoli che dirigeva lʼambulatorio “S.Lorenzo-Tivoli” che mi aveva richiesto le tante corone che avevo portato , destinataria di numerosi pacchi di farmaci con cui rifornivamo lʼambulatorio Visitammo altri due ospedali missionari della zona, uno diretto dal dr.Marsiay e un altro da sr.M:Luisa Leidi di Roma, sempre allʼinsegna della massima pulizia e funzionalità. Visitai anche un grande complesso ospedaliero governativo che Amin aveva fatto costruire con i fondi della Banca Mondiale con padiglioni e cucine moderni. Cʼera un solo medico, laureatosi a Padova che faceva quello che poteva: i malati non utilizzavano le grandi cucine ma mangiavano seduti per terra in cerchio con i loro parenti. Infatti quando una persona viene ricoverata, il gruppo tribale provvede a organizzare i turni di assistenza per preparare il mangiare locale allʼaperto. Allʼora di pranzo cʼerano decine di fuocherelli accesi su poche pietre per cuocere la manioca. A Moyo, sempre nella zona di Kitgum un missionario eccezionale aveva creato “la cittadella della carità” per assistere vecchi soli e abbandonati, orfani e disabili. Ormai stavamo alla fine del nostro viaggio: dallʼavventura di caccia il dott.Frattini era stato requisito da P.Zucco e non lʼavevamo più visto. Poi sapemmo che avevano fatto altre battute ma soprattutto erano stati tranquilli a godersi la serenità dellʼambiente e del clima africano. Con Don Virgilio e Padre Coppo che ci faceva da autista andammo ad Alito, un centro di bambini ammalati di lebbra che aiutavo da anni: sr.Pia, Comboniana era lʼindomita coordinatrice di un bel gruppo di suore che si dedicavano ai bambini con i primi segni della malattia. Fui ospitato nella missione da un padre molto giovane ed energico che avrebbe trovato una brutta morte pochi anni dopo Era la Domenica delle Palme e lʼapprossimarsi della Pasqua rendeva urgente il rientro a Maracha del missionario che ci accompagnava in macchina. Dovetti per forza saltare la visita a P.Ambrosoli a Kalongo: passammo per Gulu a visitare lo storico ospedale dei coniugi Corti, una vita per lʼAfrica. La moglie, bravissimo chirurgo canadese, venne contagiata dallʼAIDS curando un soldato nel bosco, senza mezzi, durante la rivolta contro Amin e morì poco dopo. A Gneta, presso Lira incontrai P.Pietro Traversi, una vecchia conoscenza, che dirigeva una scuola Magistrale di grande prestigio. Giunti a Kampala, salutammo Padre Coppo che ci aveva scarozzati per il paese e ci fermammo alcuni giorni, nella casa dei Comboniani in attesa del volo di rientro in Italia. Visitammo il Santuario dei Martiri ugandesi a Namugongo, una costruzione imponente, meta di continui pellegrinaggi e la città di Kampala che sorge come Roma su sette colli. Dopo 35 giorni ritornai caricatissimo a casa: qualche anno dopo con la disponibilità di avere quantitativi notevoli di farmaci essenziali mi misi in contatto con lʼAssociazione “Amici dei lebbrosi” di Bologna che si assunse lʼonere delle spese postali per lʼinoltro delle medicine in varie parti del mondo.Cominciò unʼaltra avventura esaltante che mi portò ad essere Consigliere e Presidente Nazionale per oltre ventʼanni e a girare il mondo in lungo e in largo: ma questa è unʻaltra storia.....


Piergiorgio
Tivoli, 31.10.2011


P.S.

A Padre Sartori dopo qualche anno dalla morte (1984) vennero riconosciute le virtù eroiche attraverso un processo canonico cui andai a deporre nella diocesi di Lucera-Troia, portando 120 lettere che mi scrisse il 20 anni di corrispondenza, quindi nominato “Servo di Dio”, anticamera per diventare Beato. Padre Giuseppe Ambrosoli della famiglia degli industriali del miele ha in corso il processo canonico a cura della Diocesi di Como e si spera in una conclusione positiva.